Ricercatori: le novità 2026 che favoriscono le assunzioni
Il 2026 segna un passaggio importante per il reclutamento dei ricercatori nelle università italiane.
Con l’ultimo decreto Pnrr, collegato alla legge di Bilancio 2026, il Governo è intervenuto sul meccanismo di calcolo del cosiddetto tetto dell’80% del rapporto tra spese di personale e finanziamenti statali, parametro decisivo per determinare la capacità assunzionale degli atenei.
In base alla normativa vigente, il rispetto di tale soglia consente alle università di utilizzare integralmente i punti organico, indispensabili per sostituire docenti e ricercatori cessati dal servizio e, nei casi di maggiore virtuosità, per ampliare l’organico. Negli ultimi anni, tuttavia, il vincolo ha rappresentato un ostacolo all’assunzione di nuovi ricercatori, soprattutto giovani, limitando l’effettiva attuazione delle riforme previste dal Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr).
Proprio per superare questa criticità, il decreto Pnrr ha previsto l’esclusione di specifiche figure di ricercatori dal calcolo del tetto dell’80%, con l’obiettivo di favorire il ricambio generazionale e rendere più attrattive le carriere accademiche. La misura si inserisce in un contesto di crescita delle spese di personale universitario – aumentate negli ultimi anni – ma anche di un incremento dei finanziamenti esterni, che ha contribuito a contenere l’impatto complessivo sui bilanci degli atenei.
Le novità 2026
Dal 2026, alcune tipologie di ricercatori e figure assimilate non saranno più computate ai fini del rispetto del limite dell’80% tra spese di personale e contributi statali. In particolare, l’esonero riguarda:
- i ricercatori a tempo determinato di tipo A (RTD-A);
- i nuovi contratti di ricerca introdotti dalla riforma del pre-ruolo universitario;
- gli incarichi di ricerca;
- gli incarichi post-doc.
Queste figure vengono equiparate, sotto il profilo contabile, agli ex assegnisti di ricerca, già esclusi dal vincolo. Per gli atenei ciò significa poter assumere nuovi ricercatori senza che tali costi incidano sugli indicatori utilizzati dal Ministero dell’Università per la distribuzione dei punti organico.
Secondo i dati riportati nella relazione tecnica al decreto Pnrr, l’incidenza dei ricercatori di tipo A sulla spesa complessiva del personale universitario è rimasta contenuta, poco superiore al 2%, nonostante il loro numero sia cresciuto sensibilmente tra il 2021 e il 2023. Ciò è stato possibile grazie all’ampio utilizzo di fondi Pnrr e finanziamenti esterni, che hanno compensato l’aumento degli organici.
L’esclusione dal tetto dell’80% rappresenta anche un segnale in vista della stabilizzazione dei ricercatori assunti con risorse del Recovery Plan, sostenendo il piano straordinario di reclutamento previsto dalla legge di Bilancio 2026. Particolare rilievo assumono i contratti di ricerca, ancora poco diffusi ma destinati a crescere, anche grazie a specifici stanziamenti ministeriali per l’assunzione di giovani post-dottorato, con una quota riservata alle regioni del Mezzogiorno.
Completano il quadro gli incarichi post-doc, con compensi annui superiori ai 39 mila euro, e gli incarichi di ricerca rivolti a giovani laureati, con trattamenti economici inferiori ma finalizzati all’avvio alla carriera accademica.

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