Casse professionali: incostituzionale il riversamento dallo Stato

Con la sentenza n. 29 del 2026, la Corte costituzionale interviene su un tema di particolare rilievo per i professionisti e per gli enti previdenziali di categoria, dichiarando l’illegittimità costituzionale di una disposizione che incideva direttamente sull’autonomia finanziaria delle casse privatizzate. La questione trae origine dal meccanismo introdotto dall’art. 1, comma 417, della legge 27 dicembre 2013, n. 147, che prevedeva, tra le misure di contenimento della spesa pubblica, il versamento annuale allo Stato di una quota forfettaria delle spese sostenute per consumi intermedi da  parte degli enti

Il giudizio di legittimità costituzionale è stato richiesto dalla Corte d’appello di Roma nell’ambito di una controversia tra il Ministero dell’economia e la Cassa italiana di previdenza e assistenza dei geometri liberi professionisti (CIPAG), relativa alla restituzione delle somme versate negli anni precedenti. Il nodo centrale riguarda la compatibilità di tale prelievo con i principi costituzionali di ragionevolezza, tutela previdenziale e buon andamento della pubblica amministrazione.

Il contesto

La disciplina  inseriva nel  contesto delle politiche di spending review anche agli enti previdenziali privatizzati, dotati di autonomia gestionale e finanziaria, sono inclusi nel perimetro della finanza pubblica allargata. In particolare, la norma consentiva alle casse di sostituire gli obblighi analitici di riduzione della spesa con un versamento annuale pari al 15% della spesa sostenuta per consumi intermedi nell’anno 2010.

Tale meccanismo, pur formalmente facoltativo, si traduceva nella sostanza in un trasferimento di risorse verso il bilancio dello Stato, incidendo su enti che operano in regime di autofinanziamento e senza contributi pubblici diretti o indiretti. Le casse professionali, infatti, basano il proprio equilibrio economico sui contributi degli iscritti e sono tenute a garantire la sostenibilità delle prestazioni nel lungo periodo, in conformità ai principi stabiliti dal decreto legislativo 30 giugno 1994, n. 509.

La decisione della Corte Costituzionale

La Corte costituzionale ha accolto le censure, dichiarando l’illegittimità della disposizione per violazione degli articoli 3, 38 e 97 della Costituzione. La motivazione si articola su più livelli, evidenziando anzitutto l’irragionevolezza del bilanciamento operato dal legislatore tra l’interesse dello Stato al reperimento di risorse e quello degli enti previdenziali a destinare i risparmi alla propria missione istituzionale.

Secondo la Corte, il riversamento forfettario configura un vero e proprio prelievo strutturale, che sottrae risorse derivanti dai contributi degli iscritti e ne compromette la destinazione alle prestazioni previdenziali. Tale effetto risulta incompatibile con il principio di tutela di cui all’art. 38 Cost., in quanto incide sulla capacità degli enti di garantire nel tempo le prestazioni agli associati.

Sotto il profilo del buon andamento amministrativo, la previsione censurata si pone in contraddizione con le stesse finalità della spending review. . La Corte sottolinea infatti  che l’autonomia finanziaria delle casse, già limitata dall’assenza di finanziamenti pubblici e dall’obbligo di equilibrio di bilancio, risulta ulteriormente compressa da un prelievo non giustificato da  esigenze costituzionalmente rilevanti.

Infine, la facoltatività del meccanismo non è ritenuta idonea a sanarne i profili di illegittimità. La scelta tra adempimenti analitici e versamento forfettario incide infatti solo sulle modalità operative, ma non elimina l’effetto sostanziale di sottrazione delle risorse.

 La Consulta conclude quindi che il sistema introdotto dal legislatore determina un sacrificio sproporzionato e ingiustificato dell’autonomia e delle finalità previdenziali degli enti, dichiarando l’incostituzionalità della norma nella parte in cui prevede il versamento annuale allo Stato.